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L'AMORE NON CONOSCE LIMITI
Edizioni Segno Collana: Le vie del Signore sono infinite

In uno dei capitoli più avvincenti delle “Epistole Paoline” si affaccia con forza una raccomandazione fondamentale. Una raccomandazione molto spesso oggi disattesa o dimenticata da cristiani osservanti di tutto rispetto. Anzi, per essere attenti e obiettivi, senza peraltro estrapolare in giudizi avventati, la dimenticanza si è convertita spesso, e non so se volentieri, in intolleranza, da parte di quei religiosi che si rifanno al Vangelo e ad autori come Paolo Apostolo.

Che dice Paolo in quell'avvincente capitolo decimoquarto dell'epistola prima ai Corinzi? Capitolo che si colloca precisamente subito dopo l'Inno ad Agape, la carità che non viene mai meno. Così come si colloca precisamente subito avanti al “ Mistero di Anastasis ”, ove l'amore si celebra nella forma più alta della trasfigurazione umana; nella forma più prossima al “ Mistero del Cristo Risorto “.
L'Apostolo,con la tipica forza avvincente delle sue argomentazioni dopo avere enumerato i frutti di “ agape “ e prima di spiccare il volo nel cielo di “anastasi” raccomanda ai credenti di coltivare i “ doni dello Spirito “, i cosidetti “ Carismi “.

Ciò che v'è di straordinario in questa raccomandazione è il primato indicato nella “profezia”. La profezia in quanto parla agli uomini, ispirati dalla luce e dall'Amore di Dio; parla non già come parlano le cose, e fra esse non ve n'è alcuna che sia muta, parla non tanto come parlano i glossolali. La profezia parla il linguaggio della consolazione, della esercitazione, della edificazione.

Quando tutto il progetto sarà avverato la profezia scomparirà qual modo imperfetto. E dunque la profezia è proprio fatta per il tempo che viviamo quaggiù. Pare se ne stiano dimenticando non pochi sacerdoti e, tra questi, venerandi esorcisti, pronti ad attribuire al Maligno tutto ciò che trascende l'esperienza ordinaria. Medianità, chiaroveggenza, televeggenza, scrittura automatica, scrittura ispirata e via di questo passo.
La dimenticanza della raccomandazione paolina è tanto più grave quando si pensi che non pochi religiosi, lasciato in disparte il Prologo di Giovanni, Mosè da la Legge, Gesù da la Grazia, si appellano al Pentateuco, nonché alle “proibizioni” ivi raccolte.
Necromanzia: proibizione giustissima! Ma la proibizione del Culto delle Immagini Sacre? La Santa madre Chiesa “Mater et Magistra” ci insegna ad approfondire la meditazione della Bibbia. Quante scoperte ci ha portato a riconoscere il Libro Sacro! Ne citiamo una soltanto: tanto caratteristica quanto sorprendente. La piena consonanza di Mosè con Paolo. Quasi incredibile.
Siamo nel Pentateuco, siamo nel libro dei “Numeri”, al capitolo undici. Fra coloro che parlano il “linguaggio profetico” vi sono due estranei: Eldad e Medad. “Falli smettere”, dice il vicario Giosuè. La risposta del grande Legislatore amico di Dio non si fa attendere: “Volesse il Signore che fossero tutti profeti in mezzo al suo popolo!”. Incredibile!

Ma ora torniamo a noi. Cos'è la “profezia”? La riduzione in vista di coloro che predicono il futuro è solitamente deviante. Non si tratta di premonizioni: discorso che, nell'alta matematica, ha ispirato la riflessione sulla “Esistenza totale”. Ne dovrebbero avere conoscenza filosofi e teologi aperti al grande volo. Ne citiamo l'autore di fama internazionale, tanto che fu chiamato alla cattedra einsteiniana di Princeton. Si chiama Luigi Fantappiè. (La sua conferenza si trova in Roma, Edizioni del Fuoco, Via Giacinto Carini 28. Tel. 06-5810969.)

L'ammonizione e la premonizione si trova nella profezia in quanto ispirata dallo Spirito del Signore, Tutti in qualche modo siamo ispirati. Dono cristiano della cresima, dono umano per essere fatti a “immagine e somiglianza di Dio”.
Tutte le ispirazioni, a cominciare da quella poetica, si collocano a diversi livelli d'ordine concettuale e d'altro genere. L'ispirazione tipicamente spirituale riguarda l'orizzonte dell'anima intesa nel suo senso pieno. Se l'Apostolo Paolo ci offre la bellezza di quindici verbi, per parlarci dei caratteridi “agape”, cioè della Carità, possiamo ben seguire quella via per valutare i libri che ci vengono offerti come “ispirati”. Se per la musica bastano due chiavi, diciamo pure che quindici son sufficienti!

Questo nuovo libro, scritto come sempre con “intelletto d'amore” da Marino Parodi, segna la conferma di un carisma, già manifestato in molte altre pubblicazioni dello stesso autore.
Un autore laico, giornalista, scrittore, credente fervido, amante di questa nostra vita che si svolge tra luci e ombre, a dominanza ottimistica.
Sì perché Marino Parodi è molto vicino al Maestro che disse:“Saggio è colui che conserva il suo cuor di bambino”. E disse pure: Saggezza è essere in grado di trarre dai tesori nascosti “nova et vetera”.
Antico e moderno, sempre e ovunque in quell'orizzonte che qualcuno ha chiamato “Principio Speranza”.


Padre Ulderico Pasquale Magni

Profilo

Padre Ulderico Pasquale Magni nasce nell'Alto Montefeltro 90 anni fa. Supera a 18 anni una profonda crisi spirituale, esplosa sul terreno della scienza. E l'amore della scienza diverrà una costante di tutta la sua ricerca.
Fonda la rassegna bimestrale “Il Fuoco”. Dirige lo Studium Christi di Roma, è presidente dell'Associazione Culturale Akropolis, è stato vice presidente del Centro Internazionale di Comparazione e Sintesi, membro della Accademia Tiberina, membro della Internazionale Burckhardt Akademie.

Di seguito riportiamo il primo ed altri due capitoli significativi estrapolati dal libro

 

Ponte tra Cielo e terra


Negli ultimi decenni è aumentato vertiginosamente, nel mondo intero, il numero di quanti sembrano in contatto diretto con Dio Padre, con Gesù, con Maria Santissima, con gli Angeli, con anime di trapassati ormai nella luce, insomma con il Cielo.
Il fenomeno, pane quotidiano nei primi secoli del Cristianesimo, era stato poi per altrettanti secoli messo in sordina e relegato ai margini dalla Chiesa, pur senza mai scomparire del tutto.

Il grande ritorno al quale stiamo assistendo costituisce un capitolo-chiave di quel risveglio spirituale che tanto fa sperare per il nuovo millennio. Se è vero che non tutto ciò che brilla è oro e se degenerazioni e abbagli non sono purtroppo infrequenti, tuttavia chiudere gli occhi o, peggio, il cuore, di fronte a tanta fioritura significherebbe rifiutare un grande dono dello Spirito e, di conseguenza, rifiutare lo Spirito. Non è forse il Vangelo a spiegarci che l'albero si riconosce in base ai frutti? Guarigioni spirituali e fisiche a non finire, conversioni – una vera conversione, teniamolo sempre presente, consiste in un capovolgimento esistenziale, con l'approdo finale dalle tenebre dell'indifferenza e del materialismo, alla luce e alla gioia dello Spirito –. Una grande realtà sommersa della quale ancora troppo poco si sa nel mondo.

A rendere particolarmente interessante e attuale questa grande serie di incontri ravvicinati tra Cielo e terra, è il fatto che i suoi messaggeri sono gente di ogni età, cultura e classe sociale. Non solo pastorelli semianalfabeti o vecchiette dalla dubbia salute mentale, quindi. A condurre dialoghi di indiscutibile profondità con le sfere più elevate del mondo spirituale, a divenire fonte di tante scoperte o riscoperte del Signore grazie alla luce da cui sono circondati, a far sentire a tanti genitori e vedove disperati la concreta vicinanza del proprio figlio o marito, al di là di ogni illusione, sono madri di famiglia, semplici contadini, professionisti, imprenditori, intellettuali, addirittura scienziati. Insomma, esponenti di un po' tutte le categorie.
In ogni caso, le donne sono, comunque, in netta prevalenza rispetto agli uomini, e ciò per più di una ragione, di ordine psicologico e naturale. La donna è infatti, soprattutto per natura, ma anche per cultura, più pronta ad affidarsi e a rischiare, più orientata all'emisfero cerebrale destro, sede della dimensione emotiva e creativa rispetto a quello sinistro, centro della razionalità, più disposta a donarsi. In breve, la donna è maggiormente aperta alla spiritualità rispetto all'uomo.
Non a caso, alla donna è stata affidata la maternità e, non a caso, quella trasformazione spirituale della coscienza che - sia pur lentamente e non senza contraddizioni persiste comunque a farsi strada - è guidata da figure femminili. Tutto questo tramestìo sociale e spirituale non può essere farina del sacco del messaggero.

Questi, infatti, fino al momento in cui il soprannaturale è entrato con prepotenza nella sua vita, era in tutt'altre faccende affaccendato, profondamente calato nella propria vita, generalmente orientata non già verso la spiritualità, bensì verso il mondo.
Per lo più colui o, come abbiamo visto, nella maggior parte dei casi, colei che da un momento all'altro si è trovato coinvolto in una vicenda spirituale assai più grande di lui non se lo sarebbe mai sognato.
Per i superscettici o supercritici, aggiungeremo che, al di là della sostanziale sintonìa circa il contenuto di un po' tutti questi messaggi, vi è un'altra caratteristica comune di fondo: l'equilibrio o, se si preferisce, la sanità mentale di chi li riceve. Questa irruzione del soprannaturale nella vita di chi era in tutt'altre faccende affaccendato, per farne un profeta, costituisce a ben vedere una importante conferma dell'autenticità dell'esperienza. Una imprevedibilità che riecheggia il “Non voi avete scelto Me, ma Io ho scelto voi” del Vangelo. Il Dio dell'Antico Testamento prima. e dei cristiani poi, si rivela all'uomo; è Lui che lo cerca e si manifesta, da Lui scaturisce l'esperienza mistica, quella attorno alla quale ruota questo libro, come tante e tante altre al mondo.

L'esperienza mistica può in fondo considerarsi l'anima stessa del Cristianesimo, come del resto di ogni religione, incarnando l'unità tra umanità e Divino, al di là della dimensione razionale. La parola deriva, non a caso, dal greco “myein”, ovvero “chiudere la bocca”, giacchè indica una realtà che, proveniendo dal profondo dell'anima, non di rado non si lascia esprimere attraverso le parole. Il mistico cristiano, a differenza di quello orientale, il quale vive la ricerca spirituale come sforzo di ascesa e liberazione dai legami terreni, avverte la chiamata divina in tutta la sua potenza, una chiamata cui l'eletto, al quale non è dato di sapere perlomeno in questa vita, perché la scelta sia caduta proprio su di lui, non può far altro che abbandonarsi.

Il mistico vive dei doni dello Spirito Santo, dal quale è mosso, vive sospeso tra Cielo e terra, si potrebbe dire: il suo privilegiatissimo rapporto con il Signore gli basterebbe per sentirsi pienamente appagato. Tale privilegio è inoltre un dono talmente prezioso e squisitamente personale, tanto che egli lo terrebbe ben volentieri per sé.
Tuttavia, non di rado, è il Signore a chiedere al suo messaggero di rivelare la propria esistenza, almeno in parte, per lo più per quanto riguarda l'essenziale, affinchè anche gli altri possano trarne tesoro.
Portare alla luce del sole un'esperienza mistica si rivela poi indispensabile quando l'eletto ha ricevuto un carisma profetico. Il mistico, il quale in tal caso è pure profeta, può allora, anzi deve far sì che i suoi fratelli vengano illuminati dalla voce dello Spirito.

Mistica e profezia diventano così lo strumento, o se si preferisce il linguaggio, attraverso il quale il Cielo cioè, ripetiamolo ancora una volta, il Signore, Gesù, Maria Santissima, Santi o Angeli si mette a conversare con noi umani, offrendoci ancora una volta la possibilità di incontrare il Salvatore e spalancandoci orizzonti di vita, di saggezza e di gioia prima impensati.
Mistica e profezia sono insomma i doni più affascinanti e preziosi che lo Spirito elargisca all'umanità: il più prezioso, stando a San Paolo. E' proprio questo “filo diretto” tra Cielo e terra a fare di mistica e profezia l'anima della spiritualità e della religione, come si diceva. Ciò non solo per il fatto di ridurre la “distanza” tra Cielo e terra, ma più ancora in quanto questi doni permettono di toccare con mano quanto il Signore sia vivo in mezzo a noi. Nella mistica, parola e silenzio si fondono. Attraverso la mistica si riduce la distanza tra Dio e l'uomo, testimoniando tra l'altro dal vivo come Dio continui incessantemente a operare nella storia e nella vita dell'uomo.

Prima e dopo la Risurrezione di Gesù, sin dalla creazione dell'uomo, Dio non ha mai smesso di parlare per mezzo dei suoi profeti e così sarà sino all'ultimo giorno della terra. Oggi, grazie anche alle nuove e già accennate possibilità offerte dai moderni mezzi di comunicazione, tutto ciò avviene addirittura sotto gli occhi di tutti, in virtù di una grande “esplosione carismatica”, attraverso interventi soprannaturali di ogni genere. Soprannaturale che ha, tra l'altro, il grande merito di testimoniare in modo tangibile “le grandi opere” dell'Onnipotente. Non dimentichiamo che, se “Beati coloro che crederanno senza aver visto” è parola del Signore, nondimeno il Signore pronunciò tali parole dopo aver compiuto i suoi miracoli, finalizzati appunto a portare uomini e donne alla fede, prioprio come continua a fare oggi. E ancora, quasi a dimostrare che l'autentica prospettiva cristiana è quella dell' “et.et”, ossia la capacità di cogliere i vari aspetti dei problemi, pervenendo così a una visione globale e non settoriale della realtà, senza mai fissarsi su un lato solo, Gesù Cristo affermò pure: “Beati coloro che hanno visto ciò che i vostri occhi hanno visto!”.

Insomma la storia di Maurizia e del Gruppo di preghiera di Padre Pio, dei Figli di Luce e Discepoli del Cristo Risorto non nasce come un fungo, ma si inserisce in un ricchissimo “filo d'amore”, ma anche terreno (abbiamo visto che si tratta appunto di un “ponte” tra i due mondi). Certo ha le sue peculiarità: guai se non fosse così, tra le meraviglie del creato non vi è forse l'unicità di ogni persona e di ogni esperienza umana?

“Discepoli del Cristo Risorto”


Vi sono momenti in cui uno scrittore si trova in difficoltà, poiché vorrebbe riuscire a rendere perlomeno un'idea di una esperienza assolutamente particolare, capace di sconvolgere la vita, riuscendo in qualche modo a toccare il cuore di chi legge. Eppure non tarda ad accorgersi che, in realtà, gli mancano mezzi di espressione adeguati, capaci di far intuire la bellezza e la grandezza dell'incontro col Divino, giacchè è proprio di questo che si tratta. Senza nessuna esagerazione, posso affermare in tutta tranquillità e sincerità che è il caso dei Discepoli del Cristo Risorto.

I Discepoli del Cristo Risorto sono consapevoli della presenza di Gesù e dello Spirito Santo in mezzo a noi. Essi sanno per esperienza che la seconda Pentecoste, da tanto tempo invocata ed attesa, è già cominciata.
E' l'esperienza che ci permette di vedere, toccare e constatare che abbiamo veramente dato all'esistenza la direzione che fa per noi, una certezza superiore a qualsiasi ragionamento, capace di spezzare ogni obiezione.

Al principio del Vangelo di Giovanni, lo stesso evangelista e il giovane Andrea, affascinati da Gesù, gli chiedono come unirsi a Lui. Gesù risponde con un invito: “Venite e vedrete”. “A una teoria si può sempre rispondere con un'altra teoria. Ma chi potrà mai confutare una vita?” Tale motto di Evagrio Pontico, monaco del IV secolo, emblematico dell'esperienza cristiana, rispecchia pienamente l'esperienza dei Discepoli del Cristo Risorto. E' facendosi carne di uomini e donne in carne e ossa che l'Incarnazione mostra di non essere un'illusione.

Come per “miracolo”, per vie inaspettate, ogni domanda, ogni dubbio finisce con l'ottenere risposte. Si percepisce che ogni evento della nostra vita, dal più banale al più importante, ha un significato preciso.
Soprattutto, tale è veramente il segnale più forte e più inconfondibile di un'autentica esperienza cristiana, la gioia comincia a permeare la nostra vita.
Rapporti sociali e affettivi, vita professionale, tempo libero, tutto viene vissuto con una intensità e una passione assai maggiori. Lo spartiacque tra il “prima” e il “dopo” non potrebbe essere più chiaro e netto. I Discepoli del Cristo Risorto sanno bene, insomma, che cosa sia il “centuplo” quaggiù che ci promette il Vangelo, e Sorella Morte viene vissuta come l'ingresso in un mondo reale e fantastico in cui il significato di tutto sarà finalmente chiaro, sicchè potremo finalmente realizzare a fondo tutte le nostre potenzialità. In particolare, amore e gioia saranno vissuti all'ennesima potenza rispetto alla dimensione terrena.
“Si isti et istae, cur non ego?” Se questi e quelle, perché non io?, si domandava Sant'Agostino, di fronte ai visi dei primi cristiani, dai quali traspariva tanta gioia.

“Mettersi sulle orme del Cristo significa scoprire una dimensione che, basta guardarsi attorno, è scomparsa dal mondo dell'economia, della cultura, dell'arte.
E' la dimensione, meravigliosa e unica”, scrive l'editore Leonardo Mondadori nel suo recente libro autobiografico dal titolo che è tutto un programma, ovvero “Conversione”. In effetti, il sentirsi “sorpresi dalla gioia”, malgrado gli inevitabili momenti grigi della vita quotidiana, è l'esperienza più sorprendente, sconosciuta al “mondo”, propria di chi trova il “tesoro nascosto”, per usare l'espressione di Gesù. Questa gioia è indissolubilmente legata al significato nuovo che Gesù, presente nell'Eucaristia, dona alla vita di ciascuno di noi. Di ciò i Discepoli del Cristo Risorto sono pienamente consapevoli. Inoltre, la Messa ricorda loro che la morte è stata sconfitta, che Gesù è davvero risorto, che le tenebre non potranno mai avere l'ultima parola, che, al di là di quel poco che i nostri sensi percepiscono, vi è un mondo meraviglioso ed eterno che sarà anche nostro.

E' Dio che, facendosi uomo, si mette alla nostra ricerca.
Proprio in quanto Cristo risorto ci fa percepire la sua misteriosa presenza e compagnia nella vita quotidiana e in particolare nell'Eucaristia. I suoi Discepoli da un lato vivono e trasmettono una grande energia, dall'altro avvertono pure l'altrettanto misteriosa e invisibile presenza e compagnia di coloro che ci hanno preceduto nella nostra vera dimora. Si tratta della Comunione dei Santi, quella certezza che spezza i vincoli dello spazio e del tempo, l'unione misteriosa e forte dei vicini e lontani, dei vivi e dei cosiddetti “morti” (i quali, poi, sono più vivi di noi, in realtà), in virtù della quale chi ha varcato la misteriosa soglia molto può per noi, ma anche noi possiamo aiutare loro nell'evoluzione.

La testimonianza dei Discepoli del Cristo Risorto è particolarmente preziosa in quanto a loro non manca il coraggio di mostrare la gioia che nasce da tale consapevolezza, certi che essa non può che essere contagiosa. Essi sono felici di terstimoniare ad altri ciò che hanno vissuto e vivono in prima persona: una gioia di cui avvertono peraltro tutta la responsabilità, in piena sintonia con gli insegnamenti di Gesù al riguardo. San Escrivà da Balaguer esortava: “Quando ti lanci nell'apostolato, convinciti che si tratta sempre di rendere molto felice la gente: la verità è inseparabile dalla gioia”.

“I fili invisibili”


Dall'esperienza di Maurizia è scaturita ben presto una trama di rapporti di amicizia e di solidarietà, tenuti insieme da quelli che Padre Pio, a ragione, ha definito “fili invisibili”.
Una mano invisibile ha cioè portato a conoscersi e ad allacciare amicizie profonde persone che hanno poi dato vita a un “sodalizio di amore universale”. L'espressione può sembrare esagerata, eppure basta addentrarsi un minimo nella storia del “Gruppo di Preghiera di Padre Pio, dei Figli di Luce e Amore Universale, poi “Discepoli del Cristo Risorto” per rendersi conto che si tratta di un'esperienza viva e reale, che ha trasformato radicalmente l'esistenza di tanta gente, gettando semi di speranza, amore e gioia che sono stati costantemente raccolti senza mai smettere di produrre frutto.

Già nel capitolo dedicato alle testimonianze abbiamo visto come ciò è avvenuto. Nel frattempo, teniamo comunque presente che i “fili invisibili” sono quelli che uniscono Cielo e terra, mettendo in contatto persone che condividono esperienze di dolore, superato grazie a un percorso spirituale e al grande aiuto dei loro cari ormai pervenuti alla gioia eterna, coi quali hanno potuto ristabilire quella comunicazione nel segno della Comunione dei Santi di cui già abbiamo detto.

“Anziché sentirsi smarriti davanti al dolore altrui, è meglio cercare di aiutare, amare, donare se stessi, per un giorno, per un'ora, perché chi soffre abbia motivo di speranza. Al fine di imparare ad amare il Signore. Dove c'è un essere che soffre, infatti in quel cuore c'è Lui, che tanto ha amato l'umanità al punto da immolarsi per essa”. Sono parole che esprimono al meglio il sentire e l'agire, a modello di motivazioni, proprio di tutti coloro che fanno parte del sodalizio.

L'immagine dei “fili invisibili” rende ottimamente l'idea della misteriosa trama di rapporti che esiste tra noi tutti, tanto viventi ancora sulla terra, quanto liberati dall'esilio terreno. Il genere umano è in fondo un'unica, grandissima famiglia, ne siamo consapevoli o meno: come in tutte le famiglie, vi è un sottile fil rouge che lega tra loro i membri, sicchè quando uno di loro soffre e gioisce, in qualche modo il suo dolore o la sua gioia coinvolge inevitabilmente anche gli altri...

 

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