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"PAROLE E MUSICA" DEDICATE ALLA PATERNITA' E MATERNITA'

 

INTRODUZIONE

Dal libro del Siracide (18, 7-10)

«Che è l’uomo? E a che può servire?
Qual’è il suo bene e qual’è il suo male?
Quanto al numero dei giorni dell’uomo,
cento anni sono già molti.
Come una goccia d’acqua nel mare
e un grano di sabbia,
così questi pochi anni in un giorno dell’eternità.
Per questo il Signore è paziente con gli uomini
e riversa su di essi la sua misericordia».

E in un colloquio intimo con l’uomo, dinanzi al Suo tabernacolo,
Gesù gli parla... Uomo d’oggi, rifletti...
sulla miseria morale, la rabbia, il dolore,
la violenza sui figli, sulle donne,
la solitudine interiore, la protervia di
un mondo che coltiva peccati e lussuria.

A cosa è ridotto il viver quotidiano?
Alla coda di auto in colonna, a un frettoloso scambio d’informazioni,
al telefono che rende apparentemente vicini,
ma ancor più lontani da ciò che è vero e da Lui.
E l’invita a rimanere in ascolto della Sua voce,
a meditare la Sua parola.
Uomo d’oggi, rifletti e ascolta...
Dio ti parla, come a quel figlio,
che ha tanto desiderato e amato,
che è andato lontano per le vie del mondo,
che viene a trovarLo assai raramente...
che ti vorrebbe più vicino...
prossimo col tuo prossimo, amico fraterno,
sposo fedele della tua sposa, padre,
come lo fu Giuseppe per Lui, con i tuoi figli.
O uomo d’oggi, rifletti e rinnova la tua vita.
Sì, da oggi ricomincia da capo... con Gesù accanto a te.
E che il Padre Nostro ti benedica!

Dal Vangelo secondo Marco (10, 6-8):
«Ma all’inizio della creazione
Dio li creò maschio e femmina;
per questo l’uomo lascerà suo padre e
sua madre e i due saranno una carne sola.
L’uomo dunque non separi ciò
che Dio ha congiunto».

 

INTRODUZIONE

L’enciclica di Papa Benedetto XVI: “DIO E’ AMORE” parla dell’unità dell’Amore nella Creazione e nella storia della salvezza.
Ma oggi assistiamo a un modo egoistico di esaltare solo il corpo che è ingannevole.
Ci troviamo di fronte a una degradazione che non è più espressione viva della totalità dell’essere...
La fede cristiana, al contrario, ha sempre considerato l’uomo
come un essere, nel quale spirito e materia si compenetrano a vicenda. L’Eros pertanto vuole sollevarci “in estasi” verso il Divino, condurci al di la di noi stessi, ma proprio
per questo richiede un cammino di ascesa, di rinuncia,
di purificazione e di guarigione.

Dio, che è l’autore dell’intera realtà, ama la creatura, perché da Lui stesso è stata voluta, da Lui “fatta”. Dio ama l’uomo. L’eros di Dio per l’uomo è totalmente AGAPE, non soltanto perché viene donato gratuitamente, ma anche perché è amore che perdona...
Il profeta Osea, nell’Antico Testamento, ci mostra la dimensione dell’Agape nell’amore di Dio per l’uomo, che supera di gran lunga l’aspetto della gratuità. Israele ha commesso adulterio, ha rotto l’Alleanza; Dio dovrebbe giudicarlo e ripudiarlo. Proprio qui si rivela però che Dio è Dio e non uomo:
“Come potrei abbandonarti, Efraim, come consegnarti ad altri, Israele?... Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione.
Non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Efraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te”.
(Os 11,8-9)


E Dio ancora parla all’uomo d’oggi... della paternità:

Io non vengo per giudicarti, ma ti chiedo di riflettere sulla tua paternità, o uomo, padre, figlio, e di ascoltarmi, perché ora sono il Dio dei tuoi padri... Ti parlo e ti dico:

Dove sei uomo? Cosa ne hai fatto di tuo fratello?
Cosa ne hai fatto di tuo figlio?
Dove hai lasciato la tua sposa? Chi la difenderà?
Tu, uomo, che hai promesso di onorarla e difenderla, dove te ne sei andato? Perché l’hai lasciata sola?

Io non ti giudico, ma ti chiedo di riparare, di ricomporre la tua famiglia.
O uomo d’oggi, se non lo farai, vivrai il dolore più grande d’aver generato la vita senza riconoscerla, senza custodirla, senza l’amore tuo protettivo. Cosa ne sarà di essa?
Quanto tu sei responsabile della vita? Non te ne rendi conto forse, perché ritieni che sia “affare” di donne?
O uomo, rifletti: sei stato creato tu per primo – non è mitologia, è verità – e ti è stata data la donna perché ti fosse compagna, sposa, madre dei tuoi figli. E tu, uomo, dove l’hai relegata?
A fingere, a superare infinite difficoltà esistenziali, a indurire il suo cuore per lavorare al tuo posto.
O uomo, cessa di coltivare solo ambiziosi progetti e ritorna ad avere il senso vero della famiglia.
Tu lavori, è ben vero, ma quanto produci in opere di misericordia?
Ebbene, comincia dalla tua famiglia a imparare cosa sia veramente l’amore.
O sì, il principe delle tenebre ti ha ben irretito ed ora dove stai andando?
Considera quanto ti ho detto e cerca di recuperare il terreno perduto:
i tuoi figli crescono vedendoti saltuariamente, oppure son soffocati dal tuo egoismo, o resi partecipi soltanto della tua volontà di comando, che non tiene conto dei loro bisogni.
E quando tu scopri che ti si tradisce, allora diventi violento e non comprendi le ragioni della disperata ricerca di un senso e di un poco d’amore. Povero uomo, a cosa ti sei ridotto!
A cosa serve il tuo bell’appartamento vuoto di sogni, di grida di bimbi, di canti della tua sposa e di progetti?
O uomo, rifletti: è vita questa? E’ questo ciò che veramente volevi?

Spera, uomo, che la tua sposa, invecchiando, ti riprenda, ti serva e ti curi. Spera, ma non è certo. Troverai qualcuno a pagamento, se ne hai le possibilità, altrimenti ti ridurrai come un povero essere solo e senza speranza. Ma se ritroverai la fede in Me, in tuo Padre, potrò ancora aiutarti.
Pensaci, uomo d’oggi, e cerca fin che sei in tempo di riparare. Pace a te!

Io sono il tuo Dio di Misericordia. Amen.

Dal Vangelo secondo Luca (1, 35)
L’angelo rispose a Maria:
«Lo Spirito Santo scenderà su di te,
su te stenderà la sua ombra
la potenza dell’Altissimo.
Colui che nascerà sarà dunque santo
e chiamato Figlio di Dio».

 

Da LETTERA A GIUSEPPE, di Tonino Bello:
(Carezza di Dio - ediz. La Meridiana)

Brano ambientato idealmente nella bottega di falegname di Giuseppe, a Nazaret, dove un visitatore dei giorni nostri entra e gli parla:

“... Dimmi, Giuseppe, quand’è che hai conosciuto Maria? Forse un mattino di primavera, mentre tornava dalla fontana del villaggio con l’anfora sul capo e con la mano sul fianco, snello come lo stelo di un fiordaliso?
O forse un giorno di sabato, mentre con le fanciulle di Nazareth
conversava in disparte sotto l’arco della sinagoga?
O forse un meriggio d’estate, in un campo di grano, mentre, abbassando gli occhi splendidi per non rivelare il pudore della povertà, si adattava all’umiliante mestiere di spigolatrice?
Quando ti ha ricambiato il sorriso e ti ha sfiorato il capo con la prima carezza, che forse era la sua prima benedizione e tu non lo sapevi...
E poi, una notte hai preso il coraggio a due mani, sei andato sotto la sua finestra, profumata di basilico e di menta, e le hai cantato sommessamente le strofe del Cantico dei cantici:

“Alzati, amica mia, mia bella e vieni!
Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata. I fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna.
Il fico ha messo fuori i primi frutti e le viti fiorite spandono fragranza.
Alzati, amica mia, mia bella e vieni!
O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave e il tuo viso leggiadro”.

E la tua amica, la tua bella, la tua colomba si è alzata davvero.
E’ venuta sulla strada, facendoti trasalire. Ti ha preso la mano nella sua e, mentre il cuore ti scoppiava nel petto, ti ha confidato lì, sotto le stelle, un grande segreto.
Solo tu, il sognatore, potevi capirla. Ti ha parlato di Jahvè.
Di un Angelo del Signore.
Di un mistero nascosto nei secoli e ora nascosto nel suo grembo.
Di un progetto più grande dell’universo e più alto dei firmamento che vi sovrastava.
Poi ti ha chiesto di uscire dalla sua vita, di dirle addio, e di dimenticarla per sempre.

Fu allora che la stringesti per la prima volta al cuore, e le dicesti tremando: “Per me, rinuncio volentieri ai miei piani. Voglio condividere i tuoi, Maria. Purché mi faccia stare con te”.
Lei rispose di sì, e tu le sfiorasti il grembo con una carezza: era la tua prima benedizione sulla Chiesa nascente.

... Io penso che, in quel momento, hai avuto più coraggio tu a condividere il progetto del Signore.
Lei ha puntato tutto sull’onnipotenza del Creatore.
Tu hai scommesso tutto sulla fragilità di una creatura.
Lei ha avuto più fede, ma tu hai avuto più speranza.
La carità ha fatto il resto: in te e in lei.”

 

E riflettiamo sul concetto di maternità, partendo proprio dalla maternità di Maria:

Maternità,
sorgente di vita e d’amore
... come un fiume di Grazia
che mai si arresta,
se non nel mare
dell’Amore infinito di Dio!

(da MADRE è Colei...)

Madre è Colei che, col suo “Sì”, mi permise di nascere in Terra.
Madre è Colei che mi seguì fin sotto la Croce.
Madre è Colei che mi accolse tra le sue braccia dopo la deposizione e
Madre radiosa fu Colei cui andai incontro da Risorto per compensarla di tanto dolore condiviso e patito.
E, infine, fu Madre affidata a Giovanni e consegnata a tutti i figli – nati da donna sulla Terra – affinché da Corredentrice li portasse nel seno e alla salvezza.

Ed ora questo senso della maternità come si esprime?
Con il rifiuto di tante donne alla Vita, a vivere anche la maternità dolorosa di Maria.
Ma questo dolore - che il mondo non vuol riconoscere - ricade ugualmente su di esse e la coscienza delle creature, ormai risvegliata, non può che innalzare il grido di aiuto rivolto al Padre, alla Madre e al Figlio perchè si liberi la Vita, si dia valore alla Vita, si ascolti il soffio di Vita… e che non si dia mai più la morte alla Vita nascente...
Ma è proprio dal sangue innocente che rinasce la Vita e scaturisce la Mia Volontà di ridare alla Vita in Terra il suo giusto e sacrosanto Valore.

La Maternità è veramente uno sconvolgimento per la creatura che attende il figlio.
La Maternità è l’alveo naturale in cui si genera la vita umana e divina, come fece Mia Madre.
Maternità, costruzione di vita,
apertura alla vita, docilità a far entrare il seme, la vita,.
Maternità, sublimazione di un atto d’amore
da offrire al Signore, anche quando
la controparte non è così consapevole
e non partecipa pienamente al concepimento di un figlio,
o lo vive soltanto come sfogo dei sensi.

La Maternità, invece, raccoglie in se stessa il dono

e lo offre, e lo vive come certezza di fecondità,
dolorosa talvolta, ma amorosamente disposta
a soffrire per essa. E si trasforma
in un concerto d’amore tra la madre e la sua creatura.
Il suo silenzio, il suo sguardo trasognato,
la sua coscienza si espande e comprende,
col linguaggio dell’anima, il miracolo che sta avvenendo.

Ma quanto il mondo partecipa
a questo concerto d’amore alla Vita?
Quanto invece essa (la maternità) viene mortificata?
Quanto l’aridità imperante impedisce
che sgorghi quel canto, quella benedizione,
quella lode al Creatore?
O umanità, quanto sei ancora lontana dal comprendere la verità! Eppure Dio ti ama!
Poiché ti ha generata non può far altro che amarti,
come figlia, come un padre che il figlio rifiuta
e soffre in silenzio...

*****

Come dev’essere vissuto allora l’amore, perché si realizzi pienamente la sua promessa umana e divina?

Una indicazione importante la possiamo trovare nel CANTICO DEI CANTICI, uno dei libri dell’Antico Testamento, ben noto ai mistici...
Canti d’amore, attribuiti a Re Salmone, che dovevano esaltare l’amore coniugale.
In opposizione all’amore indeterminato e ancora in ricerca, qui l’Amore è “agàpe”. L’esperienza dell’amore diventa veramente scoperta dell’altro. Superando il carattere egoistico prima chiaramente dominante, adesso l’amore diventa cura dell’altro, non cerca più se stesso, l’immersione nell’ebbrezza della felicità: diventa rinuncia, è pronto al sacrificio...

Come si è già detto: L’Amore di Dio per la creatura è totalmente AGAPE: Dio ama l’uomo e lo vuole guarire.
Il Cantico dei cantici è in fondo il rapporto di Dio con l’uomo e dell’uomo con Dio.

Dapprima il cantico rappresenta LA PRIMAVERA LUMINOSA DELL’AMORE, come abbiamo visto nel canto di Giuseppe a Maria:
“Un rumore...! Il mio amato!
Eccolo venire saltando sopra i monti, balzando sopra le colline...Parla il mio amato e dice:
“Alzati, mia compagna, mia incantevole, e vieni via!

Ma nel Cantico c’è anche la notte, simbolo del “deserto dell’amore”, una delle pagine più intense e drammatiche del Cantico che, termina, infine, con l’Amore, come pienezza della vita:

Io dormivo, ma il mio cuore era desto. Un rumore...!
E’ il mio amato che bussa: “Aprimi, sorella mia, compagna mia, colomba mia, perfezione mia!
Perché il mio capo è coperto di rugiada, i miei riccioli di gocce notturne!”.
“Mi sono già levata la tunica, come indossarla di nuovo?
Io mi sono alzata per aprire al mio amato e le mie mani Stillarono mirra, le mie dita mirra liquida sulla maniglia della serratura.
Io ho aperto al mio amato, ma il mio amato era sparito, scomparso.
La mia anima venne meno per le sue parole.
L’ho cercato, ma non l’ho trovato, l’ho chiamato, ma non mi ha risposto.
Mi hanno trovato le sentinelle che fanno il giro della città, mi hanno percossa, mi hanno ferita; mi hanno strappato lo scialle le sentinelle delle mura.
Vi scongiuro, figlie di Gerusalemme, se troverete il mio amato, che cosa gli racconterete?
Che sono malata d’amore, io!

Che è mai il tuo amato più di ogni amato, o incantevole fra le donne, che è mai il tuo amato più di ogni amato perché tu ci scongiuri così?
Dove se n’è andato il tuo amato, o incantevole fra le donne?
Dove si è diretto il tuo amato?
Noi lo cercheremo con te!

Il mio amato è sceso nel suo giardino, tra le aiuole del balsamo a pascolare il gregge nei giardini e a cogliere i gigli.
Io sono del mio amato e il mio amato è mio...

Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’Amore,
tenace come gli inferi è la Passione:
le sue vampe sono scintille ardenti, una fiamma del Signore.
Le grandi acque non possono spegnere l’Amore, né i fiumi travolgerlo....

 

Come rimediare alla mancanza d’amore?

Con Gesù in mezzo, con la fede sincera;
camminando insieme, dialogando e
chiedendo aiuto e consiglio.
L’amore “deluso” si può riparare,
la pace nel cuor ritrovare,
la gioia negli occhi s’accende
e tutto intorno risplende,
un sentire diverso… un pensiero fuggente…

Un gesto di pace, una carezza,
non bastan a colmare la mancanza d’amore,
a placare un attacco di rabbia.
L’Amore richiede di essere curato
come una profonda ferita
che ha lacerato il tessuto vitale.
La volontà di uno solo non basta, ci vuole
l’Amore di Dio per ricucire le tele strappate,
le volontà disgregate, per far cessare le lotte,
gli egoismi, le incomprensioni…

Cos’è allora che salva?
L’Amore di Dio donato senza alcuna pretesa
e poi coniugato, riversato…
e la voce del cuore si accende di nuova speranza:
con la coscienza di voler fare la pace,
di ricominciare su un piano d’intesa diverso.

Come fare?
Una preghiera sincera, una richiesta di aiuto:
“Signore, vieni Tu a riportare la pace in famiglia…”
e un gesto d’amore donato, un’offerta gentile di pace,
una parola che ricordi il felice passato…

E poi? Lascia che Dio faccia il resto e ti benedica.

*****


E, infine, con le parole di Papa Benedetto XVI, riferite a Maria, Vergine e Madre, che ci mostra che cos’è l’amore e da dove esso trae la sua origine, la sua forza sempre rinnovata, preghiamo...

Santa Maria, Madre di Dio,
tu hai donato al mondo la vera luce,
Gesù, tuo Figlio, Figlio di Dio.
Ti sei consegnata completamente
alla chiamata di Dio e sei così diventata
sorgente della bontà che sgorga da Lui.
Mostraci Gesù. Guidaci a Lui.
Insegnaci a conoscerlo e ad amarlo,
perché possiamo anche noi diventare capaci
di vero amore ed essere sorgenti di acqua viva
in mezzo a un mondo assetato.

***

Anche noi possiamo cercare di coniugare questo amore che da Lui sgorga verso di noi e verso quelli che amiamo:
così si realizza l’AMORE TRINITARIO!

 

(ritorna a "MOSTRA FAMIGLIA")

 

 

 
   
 
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